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L’architettura delle donne tra tradizione e nuove prospettive.

Marzo 2024
News

In occasione dell’8 marzo, Laminam celebra le donne che – grazie alle loro realizzazioni e al loro pensiero progettuale – hanno fatto la storia dell’architettura e del design. Un approccio al costruire inclusivo, capace di slanci ambiziosi e grandiosità.

Se diciamo “storia dell’architettura”, quanti architetti donne vi vengono in mente?
In una disciplina che – come del resto molte altre arti – ha visto per secoli una netta preponderanza maschile, i nomi delle donne non scarseggiano. Da archistar come Zaha Hadid, ad architette che si sono occupate di edilizia urbana progettando case private, alloggi popolari, giardini, spazi pubblici, servizi igienici, scuole…le donne portano tutta la loro competenza e sensibilità per il sociale.

La prima ad affermarsi in Italia – siamo nel Seicento barocco di Bernini e Borromini – è stata Plautilla Bricci. Figlia d’arte, Bricci beneficiò di un’indipendenza e di un’autonomia impensabili per una donna della sua epoca dato che non si sposò e non prese mai i voti. La sua opera più famosa fu Villa Benedetta fuori Porta San Pancrazio, meglio nota come il Vascello, nella cui costruzione Bricci si trovò a coordinare colleghi come il già citato Bernini, ma anche Cortona e Grimaldi. Una donna alla guida dei lavori? Per il capocantiere era un mezzo scandalo, tanto che minacciò di andarsene. Ci volle l’intervento dell’abate, coadiuvato da un notaio che redisse un atto per obbligare tutti i lavoranti a obbedire alle direttive di Plautilla Bricci, la quale venne definita, tra lo stupore generale, “l’architettrice” (e “L’architettrice” è anche il titolo della sua biografia romanzata, scritta da Melania Mazzucco). A sentirlo oggi ci sembra un termine scorretto, ma all’epoca suonava come una piccola rivoluzione. Era stato coniato proprio per Plautilla Bricci (pittrice, prima che architetta) in mancanza – prima di allora – di un nome femminile che potesse definire una donna architetto.

Le difficoltà che incontrano le donne nel mondo dell’architettura discendono spesso da luoghi comuni anacronistici ma duri a morire. Non per nulla Gae Aulenti – altro nome imprescindibile nella storia dell’architettura del secolo scorso – era solita affermare: “L’architettura è un mestiere da uomini ma io ho sempre fatto finta di nulla”. Aulenti si occupò di architettura d’interni, arredamento, design e progettazione degli spazi di mostre, showroom e palcoscenici; da menzionare, la sua lunga e fruttuosa collaborazione con Olivetti. A sua firma sono pezzi iconici come la lampada da tavolo Pipistrello, disegnata per gli showroom di Olivetti a Parigi e Buenos Aires e successivamente prodotta in serie da Martinelli Luce. Oggi la possiamo ammirare anche al MoMA di New York, come parte delle collezioni permanenti.

Una delle figure più rivoluzionarie nell’architettura del Novecento è stata senza dubbio Lina Bo Bardi. Bo Bardi si laurea a Roma con una tesi sugli edifici per ragazze madri. Dopo un periodo a Milano, durante il quale collabora con lo studio di Gio Ponti e assume la vicedirezione della rivista Domus, nel 1946 si trasferisce insieme al marito in Brasile. Lui è Pietro Maria Bardi, direttore del Museo d’Arte di San Paolo, ma Lina è ben lungi dall’essere la “moglie di”: grazie a edifici come La Casa de Vidro – oggi sede della fondazione a lei dedicata – o il Masp, il Museo d’Arte di San Paolo (tuttora il più importante dell’America Latina), o ancora il Museo di Arte Popolare di Bahia, l’apporto di Bo Bardi allo sviluppo dell’architettura brasiliana sarà fondamentale.

Bo Bardi

Per un architetto la cosa più importante non è costruire bene, ma sapere come vive la maggior parte della gente. L’architetto è un maestro di vita, nel senso modesto di impadronirsi del modo di cucinare i fagioli, di come fare il fornello, di essere obbligato a vedere come funziona il gabinetto, come fare il bagno.”

Architette, designer e.…archistar.

Qui il pensiero va senza dubbio a Zaha Hadid: prima donna nella storia a vincere il premio Pritzker nel 2004 e la medaglia d’oro del Royal Institute of British Architects nel 2016. Hadid era convinta che l’architettura dovesse infondere piacere e un senso di meraviglia. E cosa c’è di più stupefacente dei suoi indimenticabili edifici? Contraddistinti da strutture curve, linee dinamiche e forme dilatate: maestose architetture che rileggono in chiave contemporanea il concetto di monumentalità.

Fra i progetti dello studio Hadid – dove lavorano più di 240 architetti – rientrano il MAXXI di Roma, il futuristico London Aquatics Centre, il Vitra Fire Station a Weil am Rhein in Germania o la sede dell’Opera di Guangzhou in Cina, ma anche una collezione di scarpe una linea di gioielli e una borsa per i grandi nomi della moda di lusso.

Non parliamo più strettamente di architettura, ma di industrial design e anche qui – oltre a quello di Hadid – l’apporto delle donne può contare su nomi importanti, talvolta ancora poco conosciuti.

Partiamo con Charlotte Perriand: francese, collaborò a lungo con Le Corbusier e Pierre Jeanneret (ma anche con Fernand Léger, Jean Prouvé e Lucio Costa), firmando alcuni fra i più prestigiosi oggetti degli anni Venti. E Cini Boeri? La sua straordinaria versatilità progettuale le valse il Compasso d’Oro nel 1979 per il divano modulare Strips progettato per Arflex. Un bestseller del design che compare sia nelle collezioni permanenti di musei come la Triennale di Milano e il MoMA di New York, sia nelle case di celebrities della moda e del cinema, ma di cui a Boeri piaceva sottolineare il carattere umile, domestico, pratico:

Cini Boeri

Si presentano come mobili di lusso o prestigio, ma rimangono modesti e un po’ goffi, mollicci ed estremamente leggeri. Li ho visti inseriti nella casa di un collezionista tra tele, disegni e sculture. Erano buttati disordinatamente qua e là dove servivano. Mentre spesso in queste case i mobili entrano in competizione con gli oggetti d’arte, essi in assoluta modestia rimangono cose, cose da usare

Altri nomi sono

Altri nomi sono quello di Patricia Urquiola, direttore creativo di Cassina con all’attivo progetti per i più importanti marchi del design; o di Paola Navone: una passione per la fantasia e il colore che risalgono ai tempi del gruppo Alchimia nel quale si è formata, insieme a Sottsass, Mendini e Branzi. O ancora Studiopepe, alias Arianna Lelli Mami e Chiara Di Pinto, da Milano alla conquista (estetica) del mondo grazie a uno stile inconfondibile: surreale e onirico.

Da non tralasciare tutte le creative che mettono in congiunzione est e ovest, nord e sud, in un incrocio di culture che promuove inclusione e relazione: India Mahdavi, Nina Yashar, o Bethan Laura Wood. Un pensiero luminoso – il loro – e uno sguardo femminile con una energia vitale e straordinaria.

Proprio come tutte quelle donne che ogni giorno – qualunque sia il loro mestiere – investono la vita di idee, fascino e passione. Oggi è la vostra festa.

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